MARTEDI' 5 APRILE 2011 ORE 13.00
CONFERENZA STAMPA
PRESSO SALA STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

 

23 marzo 2011

Oggi, la Prima Corte d'Assise del Tribunale di Roma ha assolto Massimo Papini con formula piena, ordinandone l'immediata scarcerazione. E' dunque giunta ad un esito positivo l'odissea iniziata il 1 ottobre 2009, con l0arresto ed il successivo avvio del processo per partecipazione ad associazione eversiva costituitasi in banda armata denominata Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.

Il carattere inequivocabile della sentenza non fa che confermare quanto dal principio hanno sostenuto i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro ed i compagni di Massimo, che si sono impegnati per non lasciarlo solo in questi 18 mesi di prigionia, vissuti spesso in regime di isolamento. Si è voluto criminalizzare il suo rapporto personale con Diana Blefari Melazzi, la preoccupazione manifestata verso le condizioni psichiche di un'amica in carcere, denunciate anche dal Garante dei detenuti del Lazio e confermate dal suicidio il 30 ottobre 2009. Dunque, stiamo parlando di una vicenda che ha tutti i crismi dell'esemplarità. Certo, la normativa vigente sui reati associativi – che ha il suo perno nell'articolo 270bis - consentendo di sottoporre le persone a processo senza basarsi su dati concreti è da sempre fonte di orrori giudiziari.
Nel caso in questione, però, all'assenza totale di prove fattuali o indiziarie, all'accanimento contro gli affetti personali, si è affiancato un ulteriore elemento. Il teorema elaborato dai Pm Erminio Amelio e Luca Tescaroli e rigettato nettamente dalla Corte presieduta dalla Giudice Anna Argento, ha rivelato un’incredibile farraginosità ed inconseguenzialità anche sul piano puramente logico.

Lo conferma il carattere "magmatico" – come è stato definito dagli avvocati di Massimo – dell'accusa nei suoi confronti. Di udienza in udienza, il presunto ruolo di Massimo all'interno dell'organizzazione eversiva non ha fatto che fluttuare e oscillare dal livello più basso a quello più alto, dalla figura di "apprendista brigatista" a quella di "grande vecchio". Ciò, sulla base di pure e semplici "suggestioni", che spesso hanno portato il processo a rasentare il grottesco.
Per questo, anche in un momento di festa come l'attuale, non possiamo fare a meno di accennare a due motivi di riflessione. Il primo concerne l'istituto della custodia cautelare, erede della vecchia carcerazione preventiva, che consente di tenere una persona in carcere prima che essa sia giudicata, anche sulla base di un impianto probatorio evanescente. Il secondo rimanda agli effetti nefasti del persistere, in Italia, di quell'articolo 270bis (introdotto negli anni '70) che è una derivazione ed un approfondimento del delitto di associazione sovversiva definito dal Codice Rocco in piena era fascista. Tale articolo non solo non è venuto meno – in un paese che professa in continuazione la sua natura di faro della libertà – ma negli ultimi anni ha avuto delle filiazioni. Su questi temi, evidentemente, torneremo in un secondo momento, magari collocandoli nel bilancio d'una vicenda giudiziaria che ci ha coinvolto sotto ogni aspetto, ben al di là dei suoi risvolti politici e giuridici. Adesso è il momento di festeggiare, di dare il bentornato alla libertà ad un amico che ha saputo affrontare con grande dignità una prova estremamente difficile.


 

21 febbraio 2011

Il caso di Massimo ha smosso prima di tutto le nostre coscienze; ma con loro pure quelle di tanti altri uomini e donne, amici ed amiche, compagni e compagne che nella sua vicenda giudiziaria hanno individuato un esempio. Ossia, una prova calzante di come una parte consistente del sistema giuridico italiano non esiti a mettere da parte alcuni dei propri principi di fondo. Certo, il caso di Massimo non è comprensibile se non viene collegato alla triste vicenda di Diana Blefari, culminata, il 31 ottobre 2009, con la morte nel Carcere romano di Rebibbia.
Una morte che non si è voluto evitare, ignorando deliberatamente, spietatamente le perizie psichiatriche che per lei segnalavano un'incompatibilità col regime carcerario dell'isolamento e gli allarmi, nella stessa direzione, del Garante dei detenuti del Lazio. Se già questo episodio sembra rappresentare un punto di non ritorno per un Paese che continua a rivendicare, con grande profusione di retorica, la tradizione di Beccaria, ulteriore sgomento suscita ciò che sta vivendo da 16 mesi Massimo. Senza nessuna prova, senza nemmeno elementi indiziari seri (come abbiamo documentato in questi mesi seguendo il processo), Massimo sta subendo - da detenuto – un processo per associazione sovversiva e banda armata. Al culmine della disumanità, si vogliono colpire i sentimenti, l'amicizia, l'affetto sincero e disinteressato. Si intende, insomma, criminalizzare la scelta coraggiosa di non lasciare sola un'amica in estrema difficoltà.

A questo possono giungere le istituzioni, quando al concetto di giustizia da esse proclamato sostituiscono la pratica della vendetta, che porta – in barba agli stessi principi costituzionali – a considerare alcune categorie di carcerati definitivamente fuori dal consorzio umano. Tanto da ritenere sospetto o potenzialmente criminale chi non partecipi a questa messa al bando, raccogliendo il grido di dolore che viene da chi si trova dietro le sbarre.
Dunque, la vicenda di Massimo è la manifestazione più evidente di una logica che, in futuro, potrebbe travolgere chiunque ancora ritenga i valori etici ed il rispetto per la dignita di ogni essere umano al di sopra di qualsiasi ragione di profitto o di Stato.

Nei mesi che hanno scandito la nostra difficile, per certi versi sofferta campagna a favore di Massimo, molti amici, compagni, individui, simpatizzanti, curiosi, donne e uomini liberi hanno potuto conoscere un processo altrimenti invisibile, coscientemente oscurato dai media. Nello stesso tempo, hanno potuto scoprire gli effetti devastanti di una precisa logica, quella dell'emergenza nazionale, affermatasi negli anni '70 con le leggi speciali e con il varo di una normativa sui reati associativi che non ha fatto altro che radicalizzare i principi del Codice Rocco, promulgato nell’era del totalitarismo fascista.

Dunque, tra le valenze del processo a Massimo vi è anche il mettere a nudo le aberrazioni di un'impalcatura legislativa che resiste da decenni nonostante il suo carattere illiberale, venendo anzi di continuo perfezionata. In sostanza, l'Italia continua a porsi a capo di una tendenza che attraversa tutte le "grandi democrazie" occidentali, quella legata alla negazione dei diritti di libertà e delle più elementari garanzie per alcune categorie di persone.

È anche per questi motivi di fondo che tutti vogliamo Massimo libero. Nella consapevolezza della pretestuosità tecnica, morale e giuridica degli addebiti a lui mossi. Nella convinzione che sia più che mai necessario trasformare la nostra indignazione in passione ed impegno per un nostro amico e per una persona generosa ed unica.

La campagna per la sua liberazione è giunta, insieme al processo, ad una svolta fondamentale, se non definitiva: la sentenza. Per questo auspichiamo che gli amici, i compagni, i simpatizzanti, i curiosi, gli indignati, le donne e gli uomini coraggiosi, liberi e onesti che in questi mesi hanno accompagnato con la scrittura, la parola e con il pensiero Massimo in questa prova immane, rilancino la loro opera di solidarietà e di sostegno. Contattandoci, scrivendoci, spronandoci, finanche criticandoci e consigliandoci a non commettere peccati e ingenuità figli della nostra emozione e dell'urgenza del caso.

Ora più che mai la nostra parola d'ordine, che deve saturare l'atmosfera intorno al dibattimento finale, deve essere: Massimo Papini libero!


 

15 MESI DI PRIGIONIA

16 gennaio 2011

Sono passati 15 mesi e Massimo Papini è ancora in stato di detenzione.
15 mesi di un processo che possiamo sintetizzare in questo modo: l'artificiosa elaborazione di ipotesi, di fatti banali ed incerti, per la costruzione di scenari verosimili.
Come dei mattoni mancanti e solo evocati, per poter costruire la "casa" per detenere l'imputato Massimo Papini. La lenta fabbricazione di una "veste", prendendo bene le misure dell'imputato: "la veste del colpevole".

Ma come è iniziato tutto questo? E come l'ha vissuto Massimo?!
Un giorno (1/10/2009) vieni preso e ti portano in carcere. I tempi sono in ogni caso già troppo lunghi quando non puoi disporre liberamente del tuo corpo in questo porcaccio mondo; ma sai, per conoscenza di antecedenti fatti vissuti da altri, che sono molto più lunghi per te, visto le accuse che ora ti rivolgono: accuse di reati sottoposti a legislazione speciale.

E allora non si possono che avere reazioni emotive negative. Nel caso di Massimo la prima reazione è stata di rabbia ed incredulità… ma lo si può immaginare: l'essere privati della propria libertà deve provocare un'altalenante e scura gamma di emozioni a seconda dei momenti e degli eventi…

Bisogna però reagire. Bisogna prendere il toro per le corna; in definitiva per le prove che possono avere in mano…. c'è speranza che s'interrompa l'iter della fabbricazione della "casa" o "veste del colpevole", per la semplice ragione che manca la materia prima….

E invece.. iniziato il processo, l'accusa inizia ad utilizzare materiale scadente, per una "veste da truffa" per una "casa non a norma" che crollerebbe al primo soffio di vento. Mattoni di burro e sabbia; legno e cemento, che s'alzano in mura architettonicamente artistiche, da podio per la fantasia espressa… ma in nessun caso una "casa" per abitarvi. A meno che lo si giustifichi con il minor costo, ma è un'altra "cronaca".

Fuor di metafora, nel processo di Massimo l'accusa ha estratto eventi passati, eventi di una vita fa, li ha decontestualizzati e ricontestualizzati a piacimento (in maniera impropria?); ha focalizzato l'attenzione su momenti di vita comuni e li ha trasformati in momenti "sospettabili".

Gli eventi passati in questione sono vecchi fermi di polizia subiti da Massimo e altri 4 compagni di università mentre si trovavano all'interno di una manifestazione studentesca, nella quale l'accusa ha eccepito che tra vari striscioni vi era anche uno striscione con una stella a 5 punte.

Ora chi ha fatto parte di movimenti studenteschi, ma anche di altri contesti politico-sociali, non vi trova nulla di particolare in un fermo di polizia. Per quel che riguarda la stella a 5 punte, invece, si giuoca sul senso comune e sull'ignoranza indotta (d'altra parte l'accusa ha buon gioco se anche "La Repubblica", in questi giorni, lascia passare il messaggio che la stella a 5 punte è un simbolo esclusivo delle B.R.). Molti di noi frequentavano "le Aulette Blu" (uno dei luoghi universitari in cui si originarono i fatti in questione) nel fronte della cattedra c'era una stella gigante e nessuno ha mai pensato di essere in un contesto di "apologia delle BR", ci si riconosceva come ad un simbolo di cui rivendicare ed aspirare il significato: un alba nuova; la fratellanza e l'unità dei popoli;… l'utopia. Questo l'accusa lo sa o meglio dovrebbe saperlo (per non correre il rischio di essere accusati anche noi) altrimenti perchè andare a scomodare solo quello striscione di molti anni fa… comunque lo denunciamo noi: vi è stata non in un'occasione, ma per anni una stella gigante a 5 punte in quelle aulette blu!

Per quanto riguarda i momenti di vita comune, l'accusa in ogni udienza ha ossessivamente domandato a quasi tutti i testimone della difesa se fossero stati in pizzeria con Massimo Papini una sera di febbraio del 2004.

Quella sera passata in pizzeria non ha nessun elemento di reato anche volendo utilizzare la fantasia più spinta. Era una sera in cui degli amici si sono incontrati e dopo aver mangiato hanno scritto ognuno un saluto, un messaggio in un diario da inviare (ed è stato inviato e firmato) ad un'amica in carcere.

Di quella sera ci sono delle intercettazioni (almeno così appare dal dibattimento processuale) ma di sicuro l'accusa non ha trovato nulla di rilevante, semplicemente ha utilizzato la tecnica della ossessiva ripetizione: "lei era presente quella sera?", "chi eravate?" facendo percepire chissà quale oscuro fatto, ma senza dichiarare non diciamo una prova incriminante, ma nemmeno l'ipotesi d'un'accusa (un suggerimento d'accusa potrebbe essere: Massimo quella sera ha preso una pizza alla boscaiola, evidenziando così la sua mendacità nel dichiararsi vegetariano… anche se mancano le prove).

Ci sarebbe da ridere, e inizialmente vedendo le argomentazioni dei P.M. pensavamo che Massimo sarebbe stato liberato presto….

Sono passati 15 mesi e ancora l'accusa tesse le sue argomentazioni basate sul nulla o sul "tutto"…

Ci si immedesimi nell'imputato Massimo Papini che sente formulare ipotesi sulla propria vita privata legate alla sua carcerazione. Sentire affermare che il periodo della tua relazione sentimentale con una persona non è durata da quel periodo a quell'altro periodo, ma è iniziata da un altro periodo ed è finita in tutt'altro… e successivamente sentir negare addirittura che tu abbia mai avuto una relazione sentimentale con quella persona..... altro che provare la tua innocenza: ti si chiede di provare la veridicità della tua vita!

Alla fine si può solo aver paura se devi provare di aver avuto una relazione con una persona (…), provare l'ovvio della tua vita, quello che fa sì che tu sia quel che sei....

Certo alla fine, rimangono tracce a "dimostrazione" di quella relazione (ma non è sempre detto); quando ti si chiede di anni prima dove ti trovavi; quando devi dimostrare che è vero (come hai affermato in una tua affermazione lontana) che hai comprato quel prodotto in un tal negozio, e devi sperare che quel negoziante dopo 10 anni e più si ricordi di te.... e al processo non si ricorda…; essere soddisfatto invece che quell'altro, il sindacalista per lo meno si ricorda di te… anche perchè ti ha visto più di recente, e più di una volta.

E' inutile… preso dal vortice delle domande e dalle ipotesi che variano a seconda della nuova versione d'accusa, diventa inevitabile che ti sfugga il punto…non riesci più a capire, se ti conviene sperare che in una data lontana era forse meglio ti fossi trovato in quel luogo oppure in quell'altro. Non è retorica, ma precisa descrizione definire questa situazione come kafkiana

Tutto questo scaturito dal pernicioso tipo di accusa mosso: reato associativo.

I vari artt.270, bis, ter etc. sono l'anticamera, il motivo della situazione kafkiana che sta vivendo Massimo, e che a date condizioni, chiunque si muova o si interessi con passione delle cose del mondo, può ritrovarsi a vivere. Perchè l'unica garanzia contro questo tipo si accuse è lo star sempre seduto e in silenzio a sorbire passivamente quel che dice e mostra la televisione ognuno nel chiuso della propria casa.

Ma se provi a condividere rabbia e speranze, a organizzare con altri discussioni, lotte, per il miglioramento della vita di tutti, a sognare e parlarne, del mondo che potrebbe essere e che per ora non è… stai attento allora, perchè se qualcuno farà un passo falso, tu ricorda! Sei sotto controllo e tutto della tua vita potrà divenire una prova contro la tua libertà… "Dove eri e con chi anni fa?", "Perché in pizzeria con questo e non con quell'altro?", tutte domande che non verrebbero formulate come uno strumento o come una giustificazione alla tua carcerazione, se solo tu fossi stato nel chiuso della tua casa, invece che in una piazza.

 

12 gennaio 2011

Giovedì 13 gennaio, a partire dalle 9.30, si svolgerà un'altra udienza del processo a Massimo Papini. Verranno ascoltati alcuni testimoni della difesa, che non si è avuto modo o tempo di sentire in precedenza: dunque un momento di recupero, forse l'ultimo, in un dibattimento che si avvia alla conclusione.

Molte udienze sono state documentate, nei mesi passati, sul sito www.massimopapinilibero.info, ad opera del Comitato che da tempo cerca di mettere in evidenza il carattere assurdo di questa vicenda giudiziaria.

La totale assenza di prove, l'estrema labilità dei pochissimi indizi a disposizione, la spinta dell'Accusa ad eliminare le più elementari distinzioni (avvolgendo quasiasi esperienza di critica dell'esistente in un alone di eversione), l'aggressività verso i testimoni della difesa sono stati i tratti più tipici del dibattimento sin qui svoltosi.

Tutti elementi che fanno del processo a Massimo Papini una vicenda rivelatrice, una delle testimonianze più eloquenti dell'arbitrio giudiziario cui può portare la normativa vigente sui reati associativi.

Il fatto che Massimo venga processato con l'accusa di appartenere alle nuove Brigate Rosse sulla base esclusiva della preoccupazione manifestata per la condizioni di una sua amica in carcere, Diana Blefari, dovrebbe far riflettere. Così come dovrebbe suscitare apprensione ch'egli stia vivendo il procedimento senza prove a suo carico non da uomo libero, bensì in custodia cautelare (dall'ottobre del 2009).

Non è difficile, del resto, rintracciare i nessi tra questa vicenda ed il contesto attuale. Si pensi all'ultima straordinaria bufala dei media italiani: le scritte "brigatiste" contro Marchionne, su cui ha efficacemente dissipato ogni equivoco il sito Senza Soste. Bene, il riferire ad esperienze lottarmatiste simboli tradizionali della sinistra è prassi che accomuna il giornalismo d'accatto all'Accusa di questo processo, che ha tentato di trasformare normali momenti di militanza giovanile nei precedenti di un'adesione alle nuove Brigate Rosse.

L'identità di modus operandi tra Pm d'assalto e giornali che cercano di alimentare la paura, evocando vecchi fantasmi, fa capire quanto la vicenda qui accennata non sia un caso isolato, bensì la punta dell'iceberg.

I parenti, gli amici, i compagni dell'università si ritroveranno anche giovedì mattina nell'aula della Prima Corte d'Assise del Tribunale di Roma (a Piazzale Clodio), per dare un sostegno a Massimo. Ma l'invito a seguire il processo non può che essere rivolto a tutti coloro che cercano di contrastare la deriva giudiziaria, politica e culturale in atto in questo paese.

 

 

Il caso Papini - Processo o teorema?

Un anno dopo l'arresto la storia continua.


Massimo Papini è un attrezzista del cinema, conosciuto e apprezzato nell'ambiente per professionalità e zelo. Ha 35 anni, è vegetariano, appassionato di moto e immersioni. Ha una famiglia, una compagna e tanti amici.
Massimo Papini è anche un amico di vecchia data di Diana Blefari Melazzi, arrestata nel dicembre 2003 e condannata all'ergastolo per associazione sovversiva Brigate Rosse e con l'accusa di aver partecipato all'azione Biagi (senza che ne sia mai stata dimostrata la presenza al momento dell'uccisione del giuslavorista).
Massimo Papini è stato arrestato il 1º ottobre 2009 a Castellabate, Salerno con l'accusa di partecipazione ad associazione sovversiva costituita in banda armata. I poliziotti della Digos di Roma e Bologna, coadiuvati da quelli della Digos di Salerno, hanno eseguito l'arresto sul posto di lavoro, un set cinematografico su cui Papini stava lavorando.

Massimo e Diana si conoscevano dai tempi dell'università ed erano sempre rimasti legati da profondo affetto. Abbastanza da spingere Massimo a starle vicino, in ogni modo consentito, anche durante la difficile detenzione. Perizie psichiatriche denunciano infatti per Diana un grave rischio suicidario, incompatibile col regime carcerario. Ma in questo legame, gli inquirenti vedono altro: dal 2004 Massimo viene interrogato più volte, subisce perquisizioni e sequestri. Senza alcun riscontro. A Bologna era stata chiesta la carcerazione preventiva, ma il G.I.P. l'aveva rigettata. Infatti verrà sentito solo come teste dell'accusa al processo di Bologna. Eppure i sospetti portano il caso da Bologna a Roma dove viene stata chiesta la custodia cautelare. Per il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Maurizio Caivano ce n'è abbastanza per metterlo in carcere. L'ordinanza è del 18 settembre 2010, sette anni dopo l'arresto di Diana Blefari Melazzi.

Il 22 febbraio 2010, è iniziato il processo. Un processo difficile, estenuante, ripetitivo. Basato esclusivamente su indizi. Per buona parte basato su perizie telefoniche lacunose e univocamente interpretate. Fondato, ovviamente, soprattutto sull'evidente rapporto con la Blefari Melazzi. Teoremi e inesattezze, interpretazioni più o meno logiche che non prendono nemmeno in considerazione il valore di eventuali riscontri fattuali. E non è questa una lettura partigiana dell'impianto accusatorio dei PM, è quanto lo stesso pubblico ministero Erminio Amelio ha in fondo riconosciuto in una delle prime udienze, sottolineando che gli elementi forniti contro Massimo Papini "presi singolarmente possono sembrare incoerenti ed estranei, ma inseriti in un contesto ed assommati a testimonianze, possono diventare anelli di congiunzione di tutto il filo logico dell'inchiesta".

Quasi un mese dopo l'arresto di Massimo Papini, la sera del 31 ottobre, Diana Blefari Melazzi si è suicidata nella sua cella. Poco prima del suicidio anche i medici di Rebibbia avevano chiesto ufficialmente, alla Corte che si occupava del suo appello, il suo "indispensabile" ricovero "immediato" in una struttura sanitaria idonea. Ed è solo l'ultimo dei vani, disperati, necessari tentativi per tentare di riconoscere dignità ad una detenuta che prima di tutto avrebbe dovuto essere considerata come una persona. Scrivono gli amici: "Forse qualcuno aveva bisogno di crearsi una carriera sulla sua pelle. Inquisitori assolutamente noncuranti della sua totale incompatibilità, certificata dai medici, col carcere "duro" e con l'isolamento. Forse volevano farsi dire cose che lei mai avrebbe detto o che forse non conosceva neppure. Forse volevano ricattare i suoi sentimenti incarcerando il suo amico, Massimo Papini che con ridicole ipotesi indiziarie e senza condanna, è stato sbattuto da più di un anno in prigione in un isolamento di fatto."

A tutt'oggi sono molti i nodi irrisolti sul suicidio, oppure, il più probabile,induzione al suicidio con relativa condanna a morte di Diana Blefari Melazzi. Uno su tutti: nessuna "commissione" accerterà le circostanze della sua morte in carcere. Una detenuta che oltre ai problemi conclamati andava sorvegliata a vista, la cui condizione presentava una serie di "anomalie" a cui nessuno aveva dato un peso determinante per gestire diversamente la detenzione.

Accadeva poco più di un anno fa. E proprio in questo periodo in cui il processo Papini è entrato in una nuova fase gli amici di Diana (e di Massimo) hanno deciso di ricordarla.
Conclusa la fase dell'accusa, adesso il processo entra in un nuovo stadio con la convocazione dei teste della difesa.
Per la difesa, l'accusa ha scambiato il rapporto sentimentale e poi amicale con un diretto coinvolgimento di Massimo Papini nell'organizzazione delle nuove BR, un atto d'amore trasformatosi in una colpa. Massimo Papini ha perso la libertà per essere rimasto, ostinatamente, accanto ad una persona che soffriva e a cui voleva bene.

Il 4 marzo 2010 la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalla difesa sulla custodia in carcere. Il 21 giugno il Tribunale della Libertà è stato chiamato ad esprimersi su Massimo Papini, per dare all'imputato la possibilità di affrontare il processo da uomo libero.
Il Tribunale della Libertà ha negato questa possibilità, in linea di continuità con le scelte del G. I. P.

L'andamento del processo è stato finora uniforme, a tratti noioso e non solo per il pubblico ma financo per la corte che più volte ha sottolineato la ridondanza di alcune testimonianze e di alcune analisi. Si sono succeduti periti informatici, polizia postale, agenti della Digos di roma e di Bologna. Le udienze sono state dominate dai tabulati telefonici che finora sono stati letti, interpretati e ripetutamente ripresi da teste di una sola delle due parti.
Fino al 15 luglio, quando è stata chiamata dall'accusa anche la pentita delle nuove BR, Cinzia Banelli. Sentita in videoconferenza per oltre 6 ore e mezza, intervallate da più pause, ha ricostruito il modello organizzativo delle nuove BR fino ai minimi dettagli richiesti. Ma alla domanda "lei ha mai sentito parlare di Massimo Papini?" (nella versione migliorata: "ha mai sentito un nome di battaglia che poi ha ricollegato a Massimo Papini?") la risposta della Banelli è stata: "ho sentito il suo nome solo quando ho letto della morte di Diana Blefari".

Ora il processo Papini si appresta ad attraversare un passaggio di fondamentale importanza. Lunedì 8 novembre ore 9:30 1º aula 1A (Palazzina A) - Tribunale di Roma, Piazzale Clodio inizieranno le deposizioni dei teste convocati dalla difesa. si inizierà con gli amici di Massimo. Persone a cui probabilmente sarà chiesto di chiarire, spiegare i termini del rapporto tra Diana e Massimo. E inizieranno a essere nuovamente le persone al centro di questa vicenda che finora ha dialogato con tabulati, celle, utenze, corrispondenze temporali.

A fare da spartiacque, non solo temporale ma soprattutto sostanziale, tra le due fasi del processo è stato l'interrogatorio di Massimo Papini che il 4 ottobre scorso ha accettato di presentarsi davanti alla Corte, interrogato dai PM Tescaroli e Amelio. Non si è mai sottratto alle domande per quanto a volte l'interrogatorio fosse caratterizzato dall'assoluta incomunicabilità di un uomo del tutto estraneo a una determinata sintassi al cospetto di due PM di lungo corso come Erminio Amelio e Luca Tescaroli.

E adesso il processo continua. E continua anche la detenzione di Massimo Papini. Da più di 13 mesi tra Catanzaro e Roma (qui avendo deciso di assistere al processo), tra le mille difficoltà che vive oggi in Italia qualsiasi detenuto in strutture inadeguate. Problemi riscontrati dai deputati che lo hanno visitato, denunciati da chi segue le troppe vicende carcerarie indegne di un Paese in cui il carcere è troppo spesso un luogo di mortificazione e di morte.
In particolare quello di Rebibbia, nella capitale, è un penitenziario dove i detenuti politici non possono godere di momenti di socialità né di attività sussidiarie, in cui ci sono volute le visite istituzionali per far entrare un fornello da camera e alcuni libri. Un penitenziario in cui anche dopo la decorrenza dei termini per la censura alla corrispondenza si è continuato a controllare le lettere in entrata e in uscita dal carcere. E sempre nella capitale, in Tribunale stavolta, si è provveduto in maniera del tutto arbitraria e immotivata (come riconosciuto anche dal giudice in seguito) all'identificazione dei presenti all'udienza del 22 marzo (le udienze sono state tutte pubbliche, lo ricordiamo).

 


 

PASSAPAROLA VICINO E LONTANO

Massimo Papini.

L'uomo incarcerato per le sue idee: non abbandonare amici in difficoltà!
Si chiama anche per lui che è uno dei tanti: carcere preventivo.
Correva nella vita. Al lavoro all'improvviso è arrivato il corpo speciale. L'ha portato prima al
commissariato, poi dritto in carcere a Siano (CZ).
Lontano da tutti:
dalla sua casa
dalla sua compagna,
dalla sua famiglia,
dalla sua amica Diana Blefari così bisognosa di cure,
da tutti gli amici.
Del mondo da allora, da quel 1º ottobre 2009, non vede quasi il cielo.
Distingue il tempo dalla luce che entra nella sua cella tre per tre.
È in isolamento. Si chiama carcere preventivo.
È quello che sta vivendo, è assolutamente estraneo rispetto alla accuse che gli muovono,
da sempre sua guida è il buonsenso di poter cambiare tutti insieme alla luce del giorno una
società malata.
Come possono accusarlo di associazione sovversiva e banda armata?
Ama la vita e gliela stanno togliendo piano piano.
Come si fa a non impazzire? Si concentra sulla sua identità e capisce:
Diana si è suicidata portando con sé segreti, pur essendole vicino e lontano, non ne ha mai
sentiti uscire da quella preziosa voce o penna amica, eppure lo colpevolizzano per
quell'amicizia.
Deve tornare libero: l'amicizia non può e non deve essere un reato!
Lui guarda tutti dalla vetrina in cui lo mettono, l'acquario lo chiamano, da lì, nella terra di
mezzo, trova conforto negli sguardi della propria donna, in quelli di chi gli vuole bene, da
qui l'energia che lo anima quel minimo da permettergli la sopravvivenza, laddove è
rinchiuso tra quattro mura senza parlare da mesi con nessuno se non con se stesso. Parla di
lui ai tuoi amici perché esca da questo incubo, da questa realtà grottesca, in questo Stato
dove si può essere accusati ed imprigionati senza uno straccio di prova!
 

 

Qualche dato sulla situazione carceraria in Italia


Carcere preventivo
"La percentuale dei detenuti in attesa di giudizio è molto più alta in Italia che in ogni altro Paese europeo, di grandi o medie dimensioni dell'Europa occidentale".
Citazione dal documento della Commissione sulla detenzione arbitraria dell'ONU del 25 gennaio 2009.
Nelle carceri italiane, il 40% dei detenuti si trova in carcere preventivo; in quelle europee il 22-26%. In Italia dal '99 al 2009 i detenuti in attesa di giudizio sono aumentati del 70%.
 

Sovraffollamento
In Italia i detenuti superano di una volta e mezzo il numero di posti letto. (In altre parole, ogni 100 posti letto ci sono 157 detenuti).
In Europa ogni 100 posti letto ci sono 96 detenuti.
Nelle carceri del Lazio ci sono 1600 detenuti in più rispetto al numero massimo consentito.
Rebibbia, con i suoi 1200 posti letto, "ospita" 1700 detenuti
Secondo dati del 2009, Poggio Reale, con i suoi 1250 posti ne "ospitava" 2544 (di questi 2200 in attesa di giudizio) guadagnandosi il titolo di carcere più affollato d'Europa. La situazione da allora non è migliorata.

Pene alternative
In Italia si fa scarso uso delle misure alternative al carcere che in altri paesi europei vengono adottate venti volte di più che nel nostro paese.
Nel Regno Unito 243.000 persone sono sottoposte a pene non detentive in Francia 160.000, mentre in Italia dalla media di 21.000 si è addirittura scesi a circa 11.000.
 

Suicidi
Nel 2009, 172 detenuti sono morti nelle carceri italiane. Di questi, 69 si sono suicidati (2009 è anno record). A Rebibbia si sono tolte la vita due persone.
Dal '90 al 2009 ci sono stati 1027 suicidi. 1 su 3 era in cella di isolamento.
Dagli anni '60 i suicidi in carcere sono aumentati del 300%. Ma l'elemento più importante per leggere il fenomeno, è il rapporto tra il numero dei suicidi dentro il carcere e fuori, nella "società dei liberi".
Un confronto con alcuni stati europei:
Nelle carceri italiane ci sono 9 volte più suicidi che fuori;
Nelle carceri inglesi ci sono 5 volte più suicidi che fuori;
Nelle carceri francesi ci sono 3 volte più suicidi che fuori;
Nelle carceri tedesche ci sono 2 volte più suicidi che fuori.
 

Isolamento
In un convegno tenutosi a Napoli il 30 marzo 2006, presso l'azienda ospedaliera V. Monaldi, lo psichiatra Enrico De Notaris ha dimostrato la tesi che l'isolamento carcerario è una tortura perché determina una "distorsione della personalità". Di fatto l'isolamento altera in modo patologico l'equilibrio psico-fisico della persona detenuta.
Questa tesi è stata inoltre confermata statisticamente dal dott. Paolo Fierro, responsabile di Medicina Democratica, che ha sottolineato come i dati di incidenza per patologie fisiche e mentali in carcere sono molto superiori a quelle esterne. Il dott. Fierro si è soffermato anche sulla mancata applicazione della direttiva europea di inserimento del reato di tortura nel codice penale italiano.

Fonti: www.garantedetenutilazio.it; www.associazioneantigone.it; www.ristretti.it.

 

 

2 luglio 2010

L'incredibile è successo. Non si possono aspettare le motivazioni per commentare l'ennesima infamità giudiziaria che ha colpito Massimo Papini.

Detenuto in custodia cautelare dal 1º ottobre 2009, in isolamento nel carcere di Rebibbia da febbraio 2010, Massimo si è visto negare la libertà, nonostante una sentenza della Cassazione che quantomeno imponeva il suo rilascio per poter affrontare in modo umano un processo che lo vede imputato per il gravissimo reato di amicizia.

Gli amici di Massimo, riuniti nel Comitato Massimo Papini Libero, gridano all'ennesima ingiustizia, alla volontà di questi giudici di voler ridurre un uomo innocente allo zimbello di Pubblici Ministeri senza scrupoli, di mettere sotto processo l'affetto e la solidarietà.

NOI NON CI STIAMO!!!

Grideremo ancora più forte l'innocenza di Massimo, e la responsabilità di un sistema illibertario che non ha il coraggio di andare contro i teoremi assurdi e forcaioli di coloro che, ai fini della loro carriera, non disdegnano di manipolare la vita di una persona innocente.

Nessuno può considerarsi libero in un paese che permette un simile scandalo giudiziario.

Ci stringeremo ancora più forte intorno al nostro amico, combatteremo sempre contro questa ingiustizia, fino a quando non riusciremo a far emergere la verità, e a chiedere conto in tutte le sedi opportune che questi personaggi vengano smascherati nella loro vergogna.

ORA E SEMPRE MASSIMO LIBERO!

 

 

...QUANDO LA SOLIDARIETÀ DIVENTA REATO...

    Nel Paese dove le carceri sono piene di immigrati, che vengono qui per cercare una vita migliore e rimangono vittime di un'impossibile legislazione che li rende schiavi.
Nel Paese dove, in condizioni detentive disumane, i suicidi, i pestaggi, le morti "misteriose" sono all'ordine del giorno.

    In questo Paese si può essere arrestati anche avendo come unica "colpa" quella di essere rimasti umanamente vicini ad un'amica condannata per reati politici.

QUESTO È CIÒ CHE È SUCCESSO A MASSIMO

    Il 1º ottobre 2009, Massimo Papini viene prelevato dalle forze dell'ordine sul posto di lavoro e arrestato con l'accusa di partecipazione ad associazione sovversiva, a causa della sua amicizia con Diana Blefari Melazzi.
Massimo e Diana si conoscevano dai tempi dell'università e anche successivamente non hanno mai smesso di volersi bene, di aiutarsi, di cercarsi, come tutti i cari amici fanno. E noi con loro.

    Diana è stata arrestata nel dicembre 2003 e condannata poi all'ergastolo.
Durante la detenzione, le condizioni psicologiche e fisiche di Diana precipitano rapidamente. Perizie psichiatriche denunciano per lei un grave rischio suicidario e dunque una incompatibilità con il regime carcerario.
Massimo, anche dopo l'arresto di Diana, le è rimasto vicino, senza abbandonarla mai.
Ha lottato per salvare l'amica disperata scrivendo lettere, cercando di sensibilizzare le persone sulla sua vicenda, andandola a trovare in carcere.
Per questo suo legame con Diana, Massimo era stato interrogato più volte, ma in 6 anni di indagini, non è mai stato riscontrato alcun suo coinvolgimento nei fatti.

    Quasi un mese dopo l'arresto di Massimo, la sera del 31 ottobre, Diana si suicida nella sua cella.

    Massimo sta ora pagando la sua ostinata umanità con il carcere preventivo e il 22 febbraio 2010, affronterà un difficile processo dove dovrà dimostrare che essere amici di qualcuno non può essere reato. Dovrà dimostrare, insieme ai suoi avvocati, che essere stato vicino alla sua (e nostra) amica Diana era un atto d'amore e non una dichiarazione di colpa.

    Ci sembra assurdo che una persona come Massimo, che si è esposta così apertamente, senza mai sottrarsi in alcun modo alle indagini, venga accusata di così gravi reati, dopo sei anni, sulla base di semplici sospetti.
Massimo non ha mai lasciato il paese, se non per motivi di lavoro; e per tutti questi anni è vissuto assieme a noi in questa città.

    È questo il comportamento di una persona che sa di essere colpevole di qualcosa?

    Se questo è un paese dove la vita di un uomo, nonché la verità, la solidarietà e l'amicizia valgono ancora qualcosa, non ci sono dubbi che Massimo verrà scagionato da ogni accusa.
 

MASSIMO DEVE TORNARE IN LIBERTÀ!!
Firma l'appello!


La petizione online per Massimo è ospitata su firmiamo.it.
In caso di disservizio potete lasciare l'adesione all'appello contattandoci direttamente
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COMITATO "MASSIMO LIBERO!"